Gladiatori: eroi o schiavi?

Da sempre, l’immaginario collettivo ed i film ci propongono il gladiatore come un eroe, una figura dotata di cervello, muscoli e ragionevolezza. In realtà, le cose non stanno proprio così: i combattenti erano per lo più schiavi e prigionieri di guerra (molto spesso originari di terre lontane quali Numidia, Tracia, Germania), galeotti, criminali, e, solo in alcuni casi, uomini liberi. Rari, ma molto richiesti, i combattimenti con gladiatrici.

L’origine dello spettacolo del combattimento dei gladiatori – il cui nome deriva dal gladio, la piccola spada corta – va ricercata, come tante altre cose, nella cultura etrusca. Riferimenti a tali pratiche si trovano nelle pitture tombali etrusche a Tarquinia (nello specifico nella Tomba degli Auguri e nella Tomba delle Olimpiadi), oltre che nelle fonti letterarie di Nicola di Damasco e di Tertulliano.

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A finanziare gli spettacoli, detti munera gladiatoria (dal termine munus, obbligo), inizialmente (intorno al 260 sec. a.C.) furono personaggi privati facoltosi d’alto rango, i quali a proprie spese (a differenza dei ludi, spettacoli finanziati dallo Stato), offrivano al popolo pubblici spettacoli in occasione di particolari circostanze, come ad esempio il funerale di un congiunto. Successivamente, intorno al 100  a.C., gli spettacoli divennero pubblici. Il numero degli spettacoli aumentò progressivamente durante l’Impero. Nel IV secolo, con Costantino, gli spettacoli furono proibiti, anche se essi continuarono a tenersi, in particolare lontano da Roma (sembra che gli spettacoli gladiatori si siano tenuti fino ai primi anni del medioevo).

Il pubblico era numeroso, e a volte, come negli stadi moderni, vi erano scontri tra le contrapposte tifoserie: «…sulle gradinate sono passati dagli insulti alle vie di fatto. Prima c’è stata una sassaiola e poi si sono accoltellati. I pompeiani hanno avuto la meglio. Molti nocerini sono tornati a casa mutilati di ferite in più parti del corpo. Ci sono stati anche dei morti…» (Tacito su uno scontro a Pompei, 59 a.C.).

Per l’addestramento dei gladiatori vi erano vere e proprie scuole (ludi), il cui gestore (lanista, di solito un ex-gladiatore) organizzava eventi, traendone profitto. Dopo un periodo di addestramento iniziale, venivano prescelti coloro che sarebbero diventati gladiatori che, alloggiati in celle, spesso disposte come in una caserma intorno un’arena centrale, venivano costretti ad un durissimo allenamento quotidiano e all’osservanza di una disciplina ferrea. L’apprendimento dell’arte del combattimento era graduale: prima contro sagome umane (palum), poi contro veri avversari ma con armi fittizie.

La maggiore scuola gladiatoria fu la Ludus Magnus, adiacente al Colosseo, al quale era collegata da una galleria sotterranea. Attorno ad essa si trovavano il Ludus Matutinus (la mattina vi si svolgeva la caccia alle belve feroci), il Ludus Gallicus e il Ludus Dacicus (due scuole che prendevano il nome dalla nazione dei gladiatori in esse ospitati). Altre scuole gladiatorie furono Ravenna, Pompei e Capua (a Capua, dove si ha notizia della prima scuola di gladiatori, vi fu la famosa rivolta capeggiata dal gladiatore Spartaco che, vista la difficoltà estrema di sedarla, convinse i romani a regolamentare il reclutamento dei gladiatori, timorosi che le scuole di gladiatori servissero alla formazione di eserciti privati.

I combattimenti, certamente mortali, erano molto regolamentati e senza nulla a che vedere con la rappresentazione presentata dai film di Hollywood; non bisogna inoltre confondere i combattimenti di gladiatori con i veri spettacoli, nei quali venivano impiegati animali selvatici o venivano proposte ricostruzioni di battaglie.

Alcune false credenze da sfatare:

  • Il saluto “Ave Caesar, morituri te salutant” sembra quasi certamente infondato (potrebbe trattarsi di un isolato episodio in cui un gruppo di condannati a morte, per ingraziarsi l’imperatore, abbiamo scandito tali parole).
  • Sul gesto del “pollice verso“, le fonti sono scarse e discordanti, seppure ne abbia parlato Giovenale («verso pollice vulgus cum iubet»). Ad ogni modo il pollice rivolto in basso non significava l’uccisione del gladiatore, in quanto a decretarne la morte sembra si usasse il pollice rivolto verso l’alto o disposto orizzontalmente.
  • Al termine del combattimento, il gladiatore perdente non veniva ucciso per giudizio della folla. Addestrare un gladiatore professionista era costoso e lungo: i gladiatori di carriera erano esperti nel dare spettacolo, e il pubblico non voleva vederli morire, affinché potessero tornare in futuro a dare spettacolo. La “condanna a morte” del pubblico avveniva, raramente, verso chi si comportava vilmente.
  • I gladiatori venivano solitamente schierati di popolazione differente: Reziari contro Secutores, Traci contro i Mirmilloni…
  • Qualora il gladiatore veniva ferito, l’organizzatore o l’imperatore potevano interrompere il combattimento.
  • Quando un gladiatore veniva ucciso dal suo avversario, un addetto ai giochi ne accertava la morte mediante il tocco con un ferro rovente, dopodiché degli inservienti (mascherati da Caronte o Mercurio) trascinavano il corpo attraverso la porta libitina, portandolo nello spoliarum, dove il combattente veniva spogliato dell’armatura e delle armi.

Il fascino dei gladiatori

Il fascino dei gladiatori sulle donne romane è confermato da alcune scritte ritrovate sui muri di Pompei: ad esempio il reziario Crescente viene indicato come «dominus et medicus puparum noctornarum» (signore e medico delle fanciulle nottambule), mentre il trace Celado viene definito come «suspirium et decus puellarum» (lo struggimento e l’ammirazione delle ragazze). Marziale definì addirittura il gladiatore Ermes «cura laborque ludiarum» (tormento e spasimo delle spettatrici).

Secondo una tradizione non verificata il sangue di un gladiatore morto veniva ricercato come efficace afrodisiaco, e si legge in Plinio che i romani lo bevevano dai gladiatori morenti come da coppe viventi, per guarire dall’epilessia o come rimedio per l’anemia (sanguinem quoque gladiatorum bibunt, ut viventibus poculis, comitiales morbi). Sembra che i reziari raccoglievano con spugne nell’arena il sangue dei gladiatori feriti o uccisi per venderlo.

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