Zoccolette e Convertite

Ci sono vie che tutto il mondo conosce. Turisti ne immortalano, nei loro selfie, la targa. Pochi però si soffermano  a cercarne la storia…

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VIA DELLE CONVERTITE. Sulla traversa che da via del Corso conduce a piazza San Silvestro, nei primi anni del Cinquecento fu istituito un monastero di clausura dove, su volontà di Papa Leone X, le meretrici e le peccatrici trovavano aiuto e supporto spirituale per abbandonare la via del peccato. Diverse furono le “sfortune” che flagellarono il monastero, la chiesa e la stessa via: nel 1617 l’intero complesso fu distrutto da un incendio; pochi anni più tardi la chiesa di Santa Lucia fu prima sconsacrata e poi definitamente demolita per permettere l’allargamento della strada; anche il monastero ricostruito non ebbe miglior sorte, divenne fabbrica per la manifattura del tabacco e poi demolito sotto il pontificato di Pio IX. L’attività di conversione delle povere donne continuò fervida in via della Lungara, presso la chiesa e il convento di San Giacomo, fino a fine Ottocento quando anche questi furono demoliti, questa volta per per la costruzione dell’argine del Tevere.

VIA DELLE ZOCCOLETTE. Su questa strada, nel rione Regola,  si trovava, nel Settecento,  il conservatorio dei santi Clemente e Crescentino, di cui una parte fu dedicata da Clemente XI all’accoglienza di giovani donne orfane e senza marito. Lo ricorda una lapide, sopravvissuta e oggi incastonata nel muro del convento: “Pie povere zitelle e zoccolette”. Scopo del convento  era, con un’azione preventiva, evitare che le piccole donne prendessero la strada della prostituzione. Regola per essere ammesse nel convento, l’essere orfane di entrambi i genitori (o almeno di madre, dette in tal caso figlie di “mater ignota” da cui la parola dilettale “mignotta” a significare meretrice). Quanto al termine “zoccolette”, sembra che esso derivi dagli zoccoli che le piccole ospiti del convento erano solite portare, o forse per la loro abilità artigianale nel confezionare zoccoli, una delle competenze che apprendevano nel convento.

(Bibliografia: “Roma Perduta e Dimenticata”; Claudio Colaiacomo, Newton & Compton 2013)

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