Quel cavallo di poco “decoro”

L’interpretazione tramandata dal Baglione sul rifacimento della Conversione di Saulo della Cappella Cerasi è ricondotta al rifiuto per il poco “decoro” della prima composizione (oggi in collezione privata Odescalchi). Le parole del critico sono chiare: “perché non piacquero al Padrone (il plurale si riferisce al rifiuto oltre che della Conversione di Saulo anche della Crocifissione di Pietro, opera della cui prima versione oggi non si traccia), se li prese il Cardinal Sannesio, e lo stesso Caravaggio vi fece quelli che hora si vedono, a olio dipinti, perché egli non operava in altra maniera”.

Conversione di San Paolo (Odescalchi)

Conversione di Saulo (collezione privata Odescalchi)

Seppure vogliamo prendere per buone le parole del Baglione – almeno qualche dubbio viene spontaneo conoscendo l’astio del biografo verso il Merisi e tenendo conto che nessun’altra fonte contemporanea conferma quanto asserito dal Baglione – è interessante analizzare il concetto di “decoro” a cui Caravaggio sarebbe venuto meno nella prima versione della Conversione. Ebbene, dall’immediato confronto delle composizioni appare chiaro che il Merisi, tutt’altro che pentito, nella seconda versione abbia dato sfogo a una composizione ancora più ambita. Nella tela oggi nella cerasi il pittore sposta difatti il fulcro dell’opera dal santo all’animale. Rispetto alla precedente versione, il cavallo assume l’assoluta centralità, mostrando in bella vista il deretano. Quella che sembra un’invenzione sconvolgente, potrebbe trovare spunto nella Conversione del Moretto, che Caravaggio magari poté vedere nella sua Milano. Di come raffigurare nei quadri l’animale nei luoghi religiosi, già qualche decennio prima del Merisi, Giovanni Paolo Lomazzo nel Trattato dell’arte della pittura, scultura ed architettura consigliava che “le parti posteriori de’ cavalli, ed altri animali, non si veggano davanti, ma di dietro, come parte indegna d’esser vista, ma gli si faccia mostrare il fronte, e si lascino le parti che possono offender gli occhi indietro”. E guardando il cavallo del Merisi, è chiaro che il pittore abbia ben tenuto conto dei suggerimenti del Lomazzo.

Conversione di San Paolo

Conversione di San Paolo

Mettendo pertanto da parte il mancato “decoro”, restano due strade, entrambe percorribili, per indagare il “rifiuto” e il rifacimento.

Un primo ragionamento segue l’ipotesi architettonica. Nel mentre il Merisi dipingeva le opere commissionategli, l’architettura della cappella Cerasi era in corso di risistemazione ad opera del Maderno. La luce che il pittore aveva immaginato colpisse le sue opere doveva essere differente, e le diagonali delle due Conversione lo confermerebbero: la prima versione presenta, rispetto alla seconda, un orientamento opposto… evidentemente incompatibile con la luce che avrebbe illuminato le pareti della cappella (teniamo conto che lo spazio della cappella è stretto e ridotto, forse per meglio emotivamente coinvolgere l’osservatore). Le due opere, così come immaginate dal Caravaggio nelle prime versioni, mal dialogavano inoltre con l’ Assunta di Annibale Carracci destinata alla parete di fondo (e che, forse il Merisi ebbe modo di vedere già messa in loco). Emergerebbe, se accettiamo tale ragionamento, che forse fu lo stesso Caravaggio a scegliere di rifare i due dipinti, adattandoli così meglio alla cappella. Ciò spiegherebbe il punto di vista obliquo, suggerito dalle diagonali del corpo e della testa del cavallo da una parte, e del braccio destro del santo dall’altra.

Un secondo ragionamento segue invece la più semplice ipotesi immaginabile, quella economica. Il motivo che indusse gli eredi del monsignor Cerasi a rifiutare l’opera sembra potesse essere il prezzo troppo elevato richiesto dal Caravaggio. La prima versione fu, secondo le indicazioni dei committenti, dipinta su legno di ciliegio, supporto che evidentemente fece lievitare di molto il prezzo finale del quadro e che pertanto, alla fine, avrebbe indotto i committenti a rifiutarlo (il rifiuto finale di un’opera, quando essa era bella e fatta, era cosa che avveniva non di rado). Fortunatamente per noi, l’opera – questo è forse l’unico dato certo del confusa passo della biografia del Baglione – fu acquistata dal cardinale Sennesio e, attraverso una serie di eredità e vendite, è giunta oggi nuovamente a Roma.

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