Vita di Caravaggio [Giovanni Pietro Bellori, 1672]

da “Le Vite de’ pittori scultori e architetti moderni” (Roma, 1672) di Giovanni Pietro Bellori

Vita di Michelangelo Merigi da Caravaggio pittore.

Dicesi che Demetrio antico statuario fu tanto studioso della rassomiglianza che dilettossi più dell’imitazione che della bellezza delle cose; lo stesso abbiamo veduto in Michelangelo Merigi, il quale non riconobbe altro maestro che il modello, e senza elezione delle migliori forme naturali, quello che a dire è stupendo, pare che senz’arte emulasse l’arte. Dupplicò egli con la sua nascita la fama di Caravaggio, nobile castello di Lombardia, patria insieme di Polidoro celebre pittore; l’uno e l’altro di loro si esercitò da giovane nell’arte di murare e portò lo schifo della calce nelle fabbriche; poiché impiegandosi Michele in Milano col padre, che era muratore, s’incontrò a far colle ad alcuni pittori che dipingevano a fresco, e tirato dalla voglia di usare i colori accompagnassi con loro, applicandosi tutto alla pittura. Si avanzò per quattro o cinque anni facendo ritratti, e dopo, essendo egli d’ingegno torbido e contenzioso, per alcune discordie fuggitosene da Milano giunse a Venezia, ove si compiacque tanto del colorito di Giorgione che se lo propose per iscorta nell’imitazione. Per questo veggonsi l’opere sue prime dolci, schiette e senza quell’ombre ch’egli uso poi; e come di tutti li pittori veneziani eccellenti nel colorito fu Giorgione il più puro e ‘l più semplice nel rappresentare con poche tinte le forme naturali, nel modo stesso portossi Michele, quando prima si fissò intento a riguardare la natura. Condottosi a Roma vi dimorò senza recapito e senza provvedimento, riuscendogli troppo dispendioso il modello, senza il quale non sapeva dipingere, né guadagnando tanto che potesse avanzarsi le spese. Sichè Michele dalla necessità costretto andò a servire il Cavalier Giuseppe d’Arpino, da cui fu applicato a dipinger fiori e frutti sì bene contraffatti che da lui vennero a frequentarsi a quella maggior vaghezza che tanto oggi diletta. Dipinse una caraffa di fiori con le trasparenze dell’acqua e del vetro e coi riflessi della finestra d’una camera, sparsi li fiori di freschissime rugiade, ed altri quadri eccellentemente fece di simile imitazione. Ma esercitandosi egli di mala voglia in queste cose, e sentendo gran rammarico di vedersi tolto alle figure, incontrò l’occasione di Prospero, pittore di grottesche, ed uscì di casa di Giuseppe per contrastargli la gloria del pennello. Datosi perciò egli a colorire secondo il suo proprio genio, non riguardando punto, anzi spregiando gli eccellentissimi marmi de gli antichi e le pitture tanto celebri di Rafaelle, si propose la sola natura per oggetto del suo pennello. Laonde, essendogli mostrate le statue più famose di Fidia e Glicone, acciochè vi accomodasse lo studio, non diede altra risposta se non che distese la mano verso una moltitudine di uomini, accennando che la natura l’aveva a sufficienza proveduto di maestri. E per dare autorità alle sue parole, chiamò una zingana che passava a caso per istrada, e condottala all’albergo la ritrasse in atto di predire l’avventure, come sogliono queste donne di razza egiziana: facevi un giovine, il quale posa la mano col guanto su la spada e porge l’altra scoperta a costei, che la tiene e la riguarda; ed in queste due mezze figure tradusse Michele sì puramente il vero che venne a confermare i suoi detti. Quasi un simil fatto si legge di Eupompo antico pittore; se bene ora non è tempo di considerare insino a quanto sia lodevole tale insegnamento. E perché egli aspirava all’unica lode del colore, sichè paresse vera l’incarnazione, la pelle e il sangue e la superficie naturale, a questo solo volgeva intento l’occhio e l’industria, lasciando da parte gli altri pensieri dell’arte. Onde nel trovare e disporre le figure, quando incontratasi a vederne per la città alcuna che gli fosse piaciuta, egli si fermava a quella invenzione di natura, senza altrimenti esercitare l’ingegno. Dipinse una fanciulla a sedere sopra una seggiola con le mani in seno in atto di asciugarsi i capelli, la ritrasse in una camera, ed aggiungendovi in terra un vasello d’unguenti, con monili e gemme, la finse per Maddalena. Posa alquanto da un lato la faccia e s’imprime la guancia, il collo e ‘l petto in una tinta pura, facile e vera, accompagnata dalla semplicità di tutta la figura, con le braccia in camicia e la veste gialla ritirata alle ginocchia dalla sottana bianca di damasco fiorato. Quella figura abbiamo descritta particolarmente per indicare li suoi modi naturali e l’imitazione in poche tinte sino alla verità del colore. Dipinse in un maggior quadro la Madonna che riposa dalla fuga in Egitto: evvi un angelo in piedi che suona il violino, San Giuseppe sedente gli tiene avanti il libro delle note, e l’angelo è bellissimo, poiché volgendo la testa dolcemente in profilo va discoprendo le spalle alate e ‘l resto dell’ignudo interrotto da un pannolino. Dall’altro lato siede la Madonna, e piegando il capo sembra dormire col bambino in seno. Veggonsi questi quadri nel palazzo del principe Pamphilio, ed un altro degno dell’istessa lode nelle camere del Cardinale Antonio Baraberini, disposto in tre mezze figure ad un giuoco di carte. Finsevi un giovinetto con le carte in mano, ed una testa ben ritratta dal vivo in abito oscuro, e di rincontro a lui si volge in profilo un giovane fraudolente, appoggiato con una mano su la tavola da gioco, e con l’altra dietro si cava una carta falsa dalla cinta, mentre il terzo vicino al giovinetto guarda li punti delle carte, e con tre dita della mano li palesa al compagno, il quale nel piegarsi sul tavolino espone la spalla al lume in giubbone giallo listato di fasce nere, né finto è il colore nell’imitazione. Sono questi li primi tratti del pennello di Michele in quella schietta maniera di Giorgione, con oscuri temperati; e Prospero acclamando il nuovo stile di Michele accresceva la stima delle sue opere con util proprio fra le prime persone della corte. Il gioco fu comprato dal cardinal del Monte, che per dilettarsi molto della pittura ridusse in buono stato Michele e lo sollevò, dandogli luogo onorato in casa fra’ suoi gentiluomini. Dipinse per questo signore una musica di giovini ritratti dal naturale in mezze figure, una donna in camicia che suona il liuto con le note avanti, e Santa Caterina ginocchione appoggiata alla rota; li due ultimi sono ancora nelle medesime camere, ma riescono d’un colorito più tinto, cominciando già Michele ad ingagliardire gli scuri. Dipinse San Giovanni nel deserto, che è un giovinetto ignudo a sedere, il quale sporgendo la testa avanti abbraccia un agnello; e questo si vede nel palazzo del signor cardinal Pio. Ma il Caravaggio, che così egli già veniva da tutti col nome della patria chiamato, facevasi ogni giorno più noto per lo colorito ch’egli andava introducendo, non come prima dolce e con poche tinte, ma tutto risentito di oscuri gagliardi, servendosi assai del nero per dar rilievo alli corpi. E s’inoltrò egli tanto in questo suo modo di operare, che non faceva mai uscire all’aperto del sole alcuna delle sue figure, ma trovò una maniera di campirle entro l’aria bruna d’una camera rinchiusa, pigliando un lume alto che scendeva a piombo sopra la parte principale del corpo, e lasciando il  rimanente in ombra a fine di recar forza con veemenza di chiaro e di oscuro.

Tanto che li pittori allora erano in Roma presi dalla novità, e particolarmente li giovini concorrevano a lui e celebravano lui solo come unico imitatore della natura, e come miracoli mirando l’opere sue lo seguitavano a gara, spogliando modelli ed alzando lumi; e senza più attendere a studio ed insegnamenti, ciascuno trovava facilmente in piazza e per via il maestro e gli esempi nel copiare il naturale. La qual facilità tirando gli altri, solo i vecchi pittori assuefatti alla pratica rimanevano sbigottiti per questo novello studio di natura; né cessavano di sgridare il Caravaggio e la sua maniera, divulgando ch’egli non sapeva uscir fuori dalle cantine, e che, povero d’invenzione e di disegno, senza decoro e senz’arte, coloriva tutte le sue figure ad un lume e sopra un piano senza degradarle: le quali accuse però non rallentavano il volo alla sua fama. Aveva il Caravaggio fatto il ritratto del Cavalier Marino, con premio di gloria tra gli uomini di lettere, venendo  Nell’Accademie cantato il nome del poeta e del pittore; s’ come dal Marino stesso fu celebrata particolarmente la testa di Medusa di sua mano, che il cardinale del Monte donò al granduca di Toscana. Tantochè il Marino, per una grandissima benevolenza e compiacimento dell’operare di Caravaggio, l’introdusse seco in casa di monsignor Melchiorre Crescenzi chierico di camera: colorì Michele il ritratto di questo dottissimo prelato e l’altro del signor Virgilio Crescenzi, il quale, restato erede del cardinale Contarelli, lo elesse a concorrenza di Giuseppino alle pitture della cappella in San Luigi de’ Francesi. Così il Marino, che era amico di questi pittori, consigliò che a Giuseppe, praticissimo del fresco, si distribuissero le figure di sopra del muro ed a Michele li quadri ad olio. Qui avvenne cosa che pose in grandissimo disturbo e quasi fece disperare il Caravaggio in riguardo alla sua riputazione; poiché avendo egli terminato il quadro di mezzo di San Matteo e postolo su l’altare, fu tolto via da i preti con dire che quella figura non aveva decoro né aspetto di Santo, stando a sedere con le gambe in cavalcate e co’ piedi rozzamente esposti al popolo. Si disperava il Caravaggio per tale affronto nella prima opera da esso pubblicata in chiesa, quando il marchese Vincenzo Giustiniani si mosse a favorirlo e liberollo da questa pena; poiché, interpostosi con quei sacerdoti, si prese per sé il quadro e gliene fece fare un altro diverso, che è quello che si vede ora sull’altare; e per onorare maggiormente il primo, portatolo a casa, l’accompagnò poi con gli altri tre Vangelisti di mano di Guido, di Domenichino e dell’Albano, tre li più celebri pittori che in quel tempo avessero fama. Usò il Caravaggio ogni sforzo per riuscire in questo secondo quadro: e nell’accomodare al naturale la figura del Santo che scrive il Vangelo, egli la dispose con un ginocchio piegato sopra lo sgabello e con le mani al tavolino, intingendo la penna nel calamaio sopra il libro. In questo atto volge la faccia dal lato sinistro verso l’angelo, il quale sospeso su l’ali verso il Santo, ignude le braccia e ‘l petto, con lo svolazzo d’un velo bianco che lo cinge nell’oscurità del campo. Dal lato destro l’altare vi è Cristo che chiama San Matteo all’apostolato, ritrattevi alcune teste al naturale, tra le quali il Santo lasciando di contare le monete, con una mano al petto, si volge al Signore; ed appresso un vecchio si pone gli occhiali al naso, riguardando un giovane che tira a sé quelle monete assiso nell’angolo della tavola. Dall’altro lato vi è il martirio del Santo istesso in abito sacerdotale disteso sopra una banca; e ‘l manigoldo incontro brandisce la spada per ferirlo, figura ignuda, ed altre si ritirano con orrore. Il componimento e li moti però non sono sufficienti all’istoria, ancorché egli la rifacesse due volte; e l’oscurità della cappella e del colore tolgono questi due quadri alla vista. Seguitò a dipingere nella Chiesa di Santo Agostino l’altro quadro della cappella de’ signori Cavalletti, la Madonna in piedi col fanciullo tra le braccia in atto di benedire: s’inginocchiano avanti due pellegrini con le mani giunte, e ‘l primo di loro è un povero scalzo li piedi e le gambe, con la mozzetta di cuoio e ‘l bordone appoggiato alla spalla, ed è accompagnato da una vecchia con la cuffia in capo. Ben tra le migliori opere che uscissero dal pennello di Michele si tiene meritatamente in istima la Deposizione di Cristo nella Chiesa Nuova de’ Padri dell’Oratorio; situate le figure sopra una pietra nell’apertura del sepolcro. Vedesi in mezzo il sacro corpo, lo regge Nicodemo da piedi, abbracciandolo sotto le ginocchia, e nell’abbassarsi le cosce escono in fuori le gambe. Di là San Giovanni sottopone un braccio alla spalla del Redentore, e resta supina la faccia e ‘l petto pallido a morte, pendendo il braccio col lenzuolo; e tutto l’ignudo è ritratto con forza della più esatta imitazione. Dietro Nicodemo si veggono alquanto le Marie dolenti, l’una con le braccia sollevate, l’altra col velo a gli occhi, e la terza riguarda il Signore. Nella Chiesa della Madonna del Popolo, entro la cappella dell’Assunta dipinta da Annibale Carracci, sono di mano del Caravaggio li due quadri laterali, la Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo, la quale istoria è affatto senza azione. Seguitava egli nel favore del marchese Vincenzo Giustiniani, che l’impiegò in alcuni quadri, l’Incoronazione di spine e San Tomaso che pone il dito nella piaga del costato del Signore, il quale gli accosta la mano e si svela il petto da un lenzuolo, discostandolo dalla poppa. Appresso le quali mezze figure colorì un Amore vincitore, che con la destra solleva lo strale, ed a’ suoi piedi giacciono in terra armi, libri ed altri stromenti per trofeo. Concorsero al diletto del suo pennello altri signori romani, e tra questi il marchese Asdrubale Mattei gli fece dipingere la Presa di Cristo all’orto, parimente in mezze figure. Tiene Giuda la mano alla spalla del Maestro, dopo il bacio; intanto un soldato tutto armato stende il braccio e la mano di ferro al petto del Signore, il quale si arresta paziente ed umile con le mani incrocicchiate avanti, fuggendo dietro San Giovanni con le braccia aperte. Imitò l’armatura rugginosa di quel soldato, coperto il capo e ‘l volto dall’elmo, uscendo alquanto fuori il profilo; e dietro s’inalza una lanterna, seguitando due altre teste d’armati. Alli signori Massimi colorì un Ecce Homo che fu portato in Ispana, ed al marchese Patrizi la Cena in Emaus, nella quale vi è Cristo in mezzo che benedice il pane, ed uno de gli apostoli a sedere nel riconoscerlo apre le braccia, e l’altro ferma la mani su la mensa e lo riguarda con meraviglia: evvi dietro l’oste con la cuffia in capo ed una vecchia che porta le vivande. Un’alta di queste invenzioni dipinse per lo cardinale Scipione Borghese, alquanto differente; la prima più tinta, e l’una e l’altra alla lode dell’imitazione del colore naturale; se bene mancano nella parte del decoro, degenerando spesso Michele nelle forme umili e vulgari. Per lo medesimo cardinale dipinse San Giroloamo, che scrivendo attentamente distende la mano e la penna al calamaio, e l’altra mezza figura di Davide, il quale tiene per li capelli la testa di Golia, che è il suo proprio ritratto, impugnando la spada: lo figurò da un giovine discoperto con una spalla fuori della camicia, colorito con fondi ed ombre fierissime, delle quali soleva valersi per dar forza alle sue figure e componimenti. Si compiacque il cardinale di queste e di altre opere che gli fece il Caravaggio, e l’introdusse avanti il pontefice Paolo V, il quale da lui fu ritratto a sedere, e da quel signore ne fu ben rimunerato. Al cardinale Maffeo Barberini, che fu poi Urbano VIII sommo pontefice, oltre il ritratto, fece il Sacrificio di Abramo, il quale tiene il ferro presso la gola del figliuolo che grida e cade. Non però il Caravaggio con le occupazioni della pittura rimetteva punto le sue inquiete inclinazioni; e dopo ch’ei aveva dipinto alcune ore del giorno, compariva per la città con la spada al fianco e faceva professione d’armi, mostrando di attendere ad ogn’altra cosa fuori che alla pittura. Venuto però a rissa nel giuoco di palla a corda con un giovane suo amico, battutisi con le racchette e prese l’armi, uccise il giovane, restando anch’egli ferito. Fuggitosene a Roma, senza denari e perseguitato ricoverò in Zagarolo nella benevolenza del duca don Marzio Colonna, dove colorì il quadro di Cristo in Emaus fra li due apostoli ed un’altra mezza figura di Maddalena. Prese dopo il cammino per Napoli, nella qual città trovò subito impiego, essendovi già conosciuta la maniera e ‘l suo nome. Per la chiesa di San Domenico maggiore gli fu data a fare nella cappella de’ signori di Franco la Flagellazione di Cristo alla colonna, ed in Santa Anna de’ Lombardi la Risurrezione.

Si tiene in Napoli fra’ suoi quadri migliori la Negazione di San Pietro nella Sagrestia di San Martino, figuratovi l’ancella che addita Pietro, il quale volgesi con le mani aperte, in atto di negar Cristo; ed è colorito a lume notturno, con altre figure che si scaldano al fuoco. Nella medesima città per la Chiesa della Misericordia dipinse le Sette Opere in un quadro lungo circa dieci palmi; vedesi la testa di un vecchio che sporge fuori dalla ferrata della prigione suggendo il latte d’una donna che a lui si piega con la mammella ignuda. Fra l’altre figure vi appariscono li piedi e le gambe di un morto portato alla sepoltura; e dal lume della torcia di uno che sostenta il cadavero si spargono i raggi sopra il sacerdote con la cotta bianca, e s’illumina il colore, dando spirito al componimento.

Era il Caravaggio desideroso di ricevere la croce di Malta solita darsi per grazia ad uomini riguardevoli per merito e per virtù; fece però risoluzione di trasferirsi in quell’isola, dove giunto fu introdotto avanti il Gran Maestro Vignacourt, signore francese. Lo ritrasse in piedi armato ed a sedere disarmato nell’abito di Gran Maestro, conservandosi il primo ritratto nell’armeria di Malta. Laonde questo signore gli donò in premio la croce; e per la chiesa di San Giovanni gli fece dipingere la Decollazione del Santo caduto a terra, mentre il carnefice, quasi non l’abbia colpito alla prima con la spada, prende il coltello dal fianco, afferrandolo ne’ capelli per distaccargli la testa dal busto. Riguarda intenta Erodiade, ed una vecchia seco inorridisce allo spettacolo, mentre il guardiano della prigione in abito turco addita l’atroce scempio. In quest’opera il Caravaggio usò ogni potere del suo pennello, avendovi lavorato con tanta fierezza che lasciò in mezze tinte l’imprimitura della tela:sì che, oltre l’onore della croce, il Gran Maestro gli pose al ollo una ricca collana d’oro e gli fece dono di due schiavi, con altre dimostrazioni della stima e compiacimento dell’operar suo. Per la Chiesa medesima di San Giovanni, entro la cappella della nazione Italiana dipinse due mezze figure sopra due porte, la Maddalena e San Girolamo che scrive; e fece un altro San Girolamo con un teschio nella meditazione della morte, il quale tuttavia resta nel palazzo. Il Caravaggio riputatasi felicissimo con l’onore della croce e nelle lodi della pittura, vivendo in Malta con decoro della sua persona ed abbondante di ogni bene. Ma in un subito il suo torbido ingegno lo fece cadere da qual prospero stato e dalla benevolenza del Gran Maestro, poiché venuto egli importunamene a contesa con un cavaliere mobilissimo, fu ristretto in carcere e ridotto a mal termine di strapazzo e di timore. Onde per liberarsi si espose a gravissimo pericolo, ed scavalcata la notte la prigione fuggì sconosciuto in Sicilia, così presto che non poté essere raggiunto. Pervenuto in Siracusa fece il quadro per la chiesa di Santa Lucia che sta fuori alla Marina: dipinse la Santa morta col vescovo che la benedice; e vi sono due che scavano la terra con la pala per seppellirla. Passando egli dopo a Messina, colorì a’ Cappuccini il quadro della Natività, figurandovi la Vergine col Bambino fuori la capanna rotta e disfatta d’assi e di travi; e vi è San Giuseppe appoggiato al bastone con alcuni pastori in adorazione. Per li medesimi Padri dipinse San Girolamo che sta scrivendo sopra il libro, e nella chiesa de’ Ministri de gli infermi, nella cappella de’ signori Lazzari, la Risurrezione di Lazzaro, il quale sostentato fuori del sepolcro, apre le braccia alla voce di Cristo che lo chiama e stende verso di lui la mano. Piange Marta e si maraviglia Maddalena, e vi è uno che si pone la mano al naso per ripararsi dal fetore del cadavero. Il quadro è grande, e le figure hanno il campo d’una grotta, col maggiore lume sopra l’ignudo di Lazzaro e di quelli che lo reggono, ed è sommamente in istima per la forza dell’imitazione. Ma la disgrazia di Michele non l’abbandonava, e ‘l timore lo scacciava di luogo in luogo; tantoché, scorrendo egli la Sicilia, di Messina si trasferì a Palermo, dove per l’Oratorio della Compagnia di San Lorenzo fece un’altra Natività; la Vergine che contempla il nato Bambino, con San Francesco e San Lorenzo, vi è San Giuseppe a sedere ed un angelo in aria, diffondendosi nella notte i lumi fra l’ombre.

Dopo quest’opera, non si assicurando di fermarsi più lungamente in Sicilia, uscì fuori dall’isola e navigò di nuovo a Napoli, dov’egli pensava trattenersi fin tanto che avesse ricevuto la nuova della grazia della sua remissione per poter tornare a Roma; e cercando insieme di placare il Gran Maestro, gli mandò in dono una mezza figura di Erodiade con la testa di San Giovanni nel bacino. Non gli giovarono queste sue diligenze; perché, fermatosi egli un giorno sulla porta dell’osteria del Cipiglio, preso in mezzo da alcuni con l’armi, fu da essi mal trattato e ferito nel viso. Ond’egli, quanto prima gli fu possibile montato sopra una feluca, pieno d’acerbissimo dolore s’inviò a Roma, avendo già con l’intercessione del cardinal Gonzaga ottenuto dal papa la sua liberazione. Pervenuto alla spiaggia, la guardia spagnola, che attendeva un altro cavaliere, l’arrestò in cambio e lo ritenne prigione. E se bene fu egli tosto rilasciato in libertà, non però rivide più la sua feluca che con le robbe lo conduceva. Onde agitato miseramente da affanno e da cordoglio, scorrendo il lido al più caldo del sole estivo, giunto a Porto Ercole si abbandonò, e sorpreso da febbre maligna morì in pochi giorni, circa gli anni quaranta della sua vita, nel 1609, anno funesto per la pittura, avendoci tolto insieme Annibale Carracci e Federico Zuccheri. Così il Caravaggio si ridusse a chiuder la vita e l’ossa in una spiaggia deserta, ed allora che in Roma attendevasi il suo ritorno, giunse la novella inaspettata della sua morte, che dispiacque universalmente; e ‘l cavalier Marino suo amicissimo se ne dolse ed adornò il mortorio con li seguenti versi:

Fecer crudel congiura /  Michele a’ danni tuoi Morte e Natura;  /  questa restar temea  /  da la tua mano in ogni imagin vinta,  /  ch’era da te creata, e non dipinta;  /  quella di sdegno ardea,  /  perché con larga usura,  /  quante la falce sua genti struggea,  /  tante il pennello tuo ne rifacea.

Giovò senza dubbio il Caravaggio alla pittura, venuto in tempo che, non essendo molto in uso il naturale, si fingevano le figure di pratica e di maniera, e soddisfacevasi più al senso della vaghezza che della verità. Laonde costui, togliendo ogni belletto e vanità al colore, rinvigorì le tinte e restituì ad esse il sangue e l’incarnazione, ricordando a’ pittori l’imitazione. Non si trova però che egli usasse cinabri né azzurri nelle sue figure; e se pure tal volta li avesse adoperati, li ammorzava, dicendo ch’erano il veleno delle tinte; non dirò dell’aria turchina e chiara, ch’egli non colorì mai nell’istorie, anzi usò sempre il campo e ‘l fondo nero; e ‘l nero nelle carni, restringendo in poche parti la forza del lume. Professatasi egli inoltre tanto ubbidiente al modello che non si faceva propria né meno una pennellata, la quale diceva non essere sua ma della natura; e sdegnando ogn’altro precetto, riputava sommo artificio il non essere obbligato all’arte. Con la quale novità ebbe tanto applauso che a seguitarlo sforzò alcuni ingegni più elevati e nutriti nelle migliori scuole, come fece Guido Reni, che allora si piegò alquanto alla maniera di esso, e si mostrò naturalista, riconoscendosi nella Crocifissione di San Pietro alle Tre Fontane, e così dopo Giovan Francesco da Cento. Per le quali lodi il Caravaggio non apprezzava altri che se stesso, chiamandosi egli fido, unico imitatore della natura; contuttociò molte e le migliori parti gli mancavano, perché non erano in lui né invenzione né decoro né disegno né scienza della pittura mentre tolto da gli occhi suoi il modello restavano vacui la mano e l’ingegno. Molti nondimeno, invaghiti della sua maniera, l’abbracciavano volentieri, poiché senz’altro studio e fatica si facilitavano la via al copiare il naturale, seguitando li corpi vulgari senza bellezza. Così sottoposta dal Caravaggio la maestà dell’arte, ciascuno si prese licenza, e ne seguì il dispregio delle cose belle, tolta ogni autorità all’antico e a Rafaelle, dove per la comodità de’ modelli e di condurre una testa dal naturale, lasciando costoro l’uso dell’istorie che sono proprie de’ pittori, si diedero alle mezze figure, che avanti erano poco in uso. Allora cominciò l’imitazione delle cose vili, ricercandosi le sozzure e le deformità, come sogliono fare alcuni ansiosamente: se essi hanno a dipingere un’armatura, eleggono la più rugginosa, se un vaso, non lo fanno intiero, ma sboccato e rotto. Sono gli abiti loro calze, brache e berrettoni, e così nell’imitare li corpi si fermano con tutto lo studio sopra le rughe e i difetti della pelle e dintorni, formano le dita nodose, le membra alterate da morbi. Per li quali modi il Caravaggio incontrò dispiaceri, essendogli tolti li quadri da gli altari, come in san Luigi abbiamo raccontato. La medesima sorte ebbe il Transito della Madonna nella chiesa della Scala, rimosso per avervi troppo imitato una donna morta gonfia. L’altro quadro di Sant’Anna fu tolto ancora da uno de’ minori altari della Basilica Vaticana, ritratti in esso vilmente la Vergine con Gesù fanciullo ignudo, come si vede nella Villa Borghese. In Santo Agostino si offeriscono le sozzure de’ piedi del pellegrino; ed in Napoli fra le Sette Opere della Misericordia vi è uno che alzando il fiasco beve con la bocca aperta, lasciandovi cadere sconciamente il vino. Nella Cena in Emaus, oltre le forme rustiche delli due apostoli e del Signore figurato giovine senza barba, vi assiste l’oste con la cuffia in capo, e nella mensa vi è un piatto d’uve, fichi, melagrane fuori di stagione. Si come dunque alcune erbe producono medicamenti salutiferi e veleni perniciosissimi, così il Caravaggio, se bene giovò in parte, fu nondimeno molto dannoso e mise sottosopra ogni ornamento e buon costume della pittura. E veramente li pittori, sviati dalla naturale imitazione, avevano bisogno di uno che li rimettesse nel buon sentiero; ma come facilmente, per fuggire uno estremo, s’incorre nell’altro, così nell’allontanarsi dalla maniera, per seguitar troppo il naturale, si scostarono affatto dall’arte, restando negli errori e nelle tenebre; finché Annibale Carracci venne ad illuminare le menti ed a restituire la bellezza all’imitazione. Tali modi del Caravaggio acconsentivano alla sua fisionomia ed aspetto: era egli di color fosco, ed aveva foschi gli occhi, nere le ciglia ed i capelli; e tale riuscì ancora naturalmente nel suo dipingere.

La prima maniera dolce e pura di colorire fu la migliore, essendosi avanzato in essa al supremo merito e mostratosi con gran lode ottimo colorito lombardo. Ma egli trascorse poi nell’altra oscura, tiratovi dal proprio temperamento, come ne’ costumi ancora torbido e contenzioso; gli convenne però lasciar prima Milano e la patria; dopo fu costretto fuggir di Roma e di Malta, ascondersi per la Sicilia, pericolare in Napoli, e morire disgraziatamente in una spiaggia. Non lasceremo di annotare li modi stessi nel portamento e vestir suo, usando egli drappi e velluti nobili per adornarsi; ma quando poi si era messo un abito, mai lo tralasciava finchè non gli cadeva in cenci. Era negligentissimo nel pulirsi; mangiò molti anni sopra la tela di un ritratto, servendosene per tovaglio mattino e sera. Sono pregiati li suoi colori dovunque è in conto la pittura; fu portata in Parigi la figura di San Sebastiano con due ministri che gli legano le mani di dietro: opera delle sue migliori. Il conte di Benavente, che fu viceré di Napoli, portò ancora in Ispana la Crocifissione di Santo Andrea, e ‘l conte di Villa Mediana ebbe la mezza figura di Davide e ‘l ritratto di un giovane con un fiore di melarancio in mano. Si conserva in Anversa, nella chiesa de’ Domenicani, il quadro del Rosario, ed è opera che apporta gran fama al suo pennello. Tiensi ancora in Roma essere di sua mano Giove, Nettuno e Plutone nel Giardino Ludovisi a Porta Pinciana, nel casino che fu del cardinal del Monte, il quale essendo studioso di medicamenti chimici, vi adornò il camerino della sua distilleria, appropriando questi dei a gli elementi col globo del mondo nel mezzo di loro. Dicesi che il Caravaggio, sentendosi biasimare di non intendere né piani né prospettiva, tanto si aiutò collocando li corpi in veduta dal sotto in su che volle contrastare gli scorti più difficili. E’ ben vero che questi dei non ritengono le loro proprie forme e sono coloriti ad olio nella volta, non avendo Michele mai toccato pennello a fresco, come li suoi seguaci insieme ricorrono sempre alla comodità del colore ad olio per ritrarre il modello. Molti furono quelli che imitarono la sua maniera nel colorire dal naturale, chiamati perciò naturalisti; e tra essi annoteremo alcuni che hanno maggior nome.

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