Adorazione dei pastori

Nell’ ADORAZIONE DEI PASTORI Caravaggio non racconta una storia, la fotografa. E, pensiamoci, sembra di esserci anche noi in quella stalla.

Da sempre ci hanno detto che Cristo è venuto alla luce in una stalla o in una grotta. Ebbene, una stalla o una grotta è uno spazio di estrema povertà. Nessun ornamento, nessun letto e nessuna culla, solo paglia, fieno e legno! Ed è proprio questo che Caravaggio mette in scena. Maria quando ha partorito Cristo non può che essersi trovata a terra, magari appoggiata alla spondina della mangiatoia. Unico supporto a proteggerla dalla nuda terra, un lungo drappo nero, il cui risvolto arriva e copre le spalle della Vergine.

Sarà nato davvero da poco, il Bambino. Maria appare stanca, spossata, lo sguardo abbassato e il corpo abbandonato in quella linea diagonale messa in risalto dal rosso del vestito e dal drappo che si allunga sul pavimento. Eppure la stretta al petto della Madre è forte e vigorosa: che dolcezza quell’abbraccio protettivo, quella premura con cui si accerta che il corpicino del bimbo sia ben avvolto nell’umile panno bianco. Lo sguardo è però triste: tristezza per il triste presentimento del martirio o forse solo tristezza di vedere il proprio figlio privo di ogni bene.

Le figure, nella splendida impaginazione triangolare, convergono sul Bambino, punto sul quale lo sguardo dell’osservatore arriva convogliato dell’illuminazione del rosso del vestito della Vergine e del pastore (quel quante volte abbiamo visto nelle opere del Merisi questo drappo, a volte a coprire Madonne e Santi a volte a coprire uomini e puttane) nonché dal risalto luminoso della spalla e della testa dei due pastori al centro.

Vediamo proprio questi due pastori al centro: il contrasto tra i due è forte, ed è messo in risalto dall’illuminazione, sapientemente concentrata sulla spalla del giovane (a caratterizzarne il vigore fisico) e sulla fronte semicalva del vecchio (a caratterizzarne la saggezza).

Le sei figure, distinte quelle al centro, sfumate quella del pastore a desta, sono racchiuse in una fascia centrale. Al di sotto lo spazio vuoto del pavimento, la cui povertà è messa in risalto dal manto nero della Vergine che si protende verso destra. Al di sopra delle figure lo sfondo, con le pareti lignee e le travi lignee in copertura. Appena visibili (a denotarne il ruolo di non protagonisti) il bue e l’asino, niente affatto distratti dalla presenza umana (quale lontananza rispetto a quegli animali simmetrici al bambino, a fianco a Giuseppe e Maria!).

Sempre seguendo la luce, filo conduttore nelle opere del Merisi, l’attenzione è richiamata a sinistra su un piccolo panno bianco. Si vede così una cesta, semplice, appena visibile. Pensiamoci bene, forse è proprio qui che il Bambino sarà stato messo appena nato! L’idea della mangiatoia in effetti è poco realistica, no? Eppure per secoli ci è stata propinata proprio così, la storia! Ma lo sappiamo, Caravaggio è nato per distinguersi e per narrare il vero!

E nella storia come è naturale che sia, non ci sono i ricchi magi ad omaggiare il Redentore, non ci può essere oro! A far visita alla giovane madre sono quattro pastori stanchi, che si poggiano su un bastone (chissà quanta strada avranno fatto per arrivare fin qui!). i loro abiti sono poveri. Per tutti un manto ripiegato appena a coprire le membra. Solo per il pastore dietro si intravede sotto il drappo rosso una camicia abbottonata (siamo nei primi anni del 1600!). Sulla destra, San Giuseppe, vecchio canuto, l’unico che sembra seduto.

(Angelo Coccaro)

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