Non vi è pietà per i vinti

Il Sarcofago di Portonaccio, così chiamato dal luogo del rinvenimento avvenuto nel 1931, è conservato presso il Museo Nazionale Romano (Palazzo Massimo alle Terme). L’opera – databile attorno al 180 d.C. circa – doveva essere la tomba di un generale romano delle guerre germaniche (lo rivelano le insegne militari riportate sul bordo superiore della cassa – identificate con la Legio IV Flavia, Aquila, e Legio I Italica, Cinghiale): forse Aulus Iulius Pompilius, al servizio di Marco Aurelio al comando della cavalleria nella guerra contro i Marcomanni nel 172-175 d.C.

La composizione iconografica è quella  del periodo fino al III secolo e, nello stereotipo inquadrabile nel programma di propaganda in cui il potere imperiale celebra la proprio legittimità, presenta il civis romanus, garante della pax, chiamato a combattere contro la minaccia e il caos dei barbari. Come nella Colonna di Marco Aurelio (forse dello stesso artista del sarcofago), non vi è pietà per i vinti e per il loro valore. 

Nella decorazione a rilievo, articolata su più livelli sovrapposti, le violente scene di guerra sono delimitate ai lati da trofei di armi e da due coppie di capi barbari prigionieri (uomo e donna): il barbaro di destra è certamente un suebo (dalla pettinatura), quello sulla sinistra è un germano. I nemici sconfitti sono rappresentati spogliati delle armi, delle corazze e delle insegne, che sono esposte alle loro spalle come trofei. Il barbaro, secondo il modello iconografico, è un uomo barbuto, dai lunghi e folti capelli, vestito di brache e corto mantello, spesso sul capo il berretto frigio (attributo iconografico per identificare genericamente le popolazioni orientali). Il guerriero barbaro è sempre privo d’armatura, si batte con clave e bastoni, armi rozze e risibili a confronto del raffinato equipaggiamento militare dei soldati romani. Il barbaro, indipendentemente dalla provenienza, è rappresentato come un cattivo combattente, sprovveduto, che basa l’esito della battaglia su forza fisica e ferocia, invece che sull’ astuzia, sull’ intelligenza, sulla tattica dell’arte della guerra. Le donne barbare sono di cattivo aspetto, con vesti lacerate e capelli in disordine, talvolta con il seno scoperto, in antitesi con la classica rappresentazione della compostezza della matrona romana.

Al centro della composizione, evidenziato da linee di forza che convergono sulla sua figura, in risalto per dimensioni e collocazione, si trova il generale a cavallo – probabile proprietario del sarcofago – in posizione di assalto (pur senza sembianze scolpite).

La battaglia è articolata in quattro piani diversi: sui due superiori cavalieri romani alla carica; seguono verso il basso un livello con fanti romani e un ultimo, più in basso, con i barbari che vengono travolti. Lo scontro continua sui lati corti del sarcofago: a sinistra, soldati romani conducono prigionieri barbari su di un ponte di barche; a destra, due barbari supplicanti si inginocchiano davanti a un ufficiale romano.

Il coperchio, di perizia tecnica e inventiva inferiore, presenta due grandi acroteri raffiguranti mascheroni di barbari ed una decorazione con un fregio a rilievo più basso, con la storia della vita di un personaggio (la testa non è lavorata): la nascita, le nozze, la deditio di capi barbari ai suoi piedi, fino alla dextrarum iunctio del defunto con la sua sposa (i volti dei defunti sono rimasti incompiuti).

Straordinario è il senso di movimento dell’insieme, accentuato dal chiaroscuro provocato dagli stacchi profondi, scavati dal trapano. Molte parti di figure emergono a tutto tondo, mentre lo sfondo è ovunque occupato, mai neutro. I volti sono espressionistici, i corpi dei vinti drammaticamente aggrovigliati e le lance e le insegne fluttuano nello spazio realisticamente, mai appiattite su un unico piano.

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